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La sorte


Dal 4 dicembre 11, è disponibile la versione cartacea di questa commedia in una tiratura limitata a 199 copie. Qui la copertina con la composizione a cura di Liborio Mastrosimone.
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L’opera è fruibile integralmente di seguito in questo post. Per rappresentazioni o adattamenti va contattato l'autore  francesco zaffuto zafra48@gmail.com

La sorte

Personaggi

Riccardo – il cameriere
Mirel – la cameriera
Il padrone di casa – Roberto Fassi, politico
Primario - il medico
Monsignore - l’alto prelato
Massi - il banchiere
Canessi – il giudice
Gianni Stella – l’imprenditore -
Derk - l’americano
La contessina -
Robertino - il figlio del politico (padrone di casa nel secondo atto)
Giuseppe Stella – l’omonimo passante
Il capo scorta -
Quadro di scena unico per i due atti: una sala due porte ai lati della scena, una finestra sul fondo della scena – addobbi di un certo lusso, sedie, un divano, un tavolo anche piccolo.
PRIMO ATTO
( Il cameriere e la cameriera sono intenti a mettere a posto la sala)
Riccardo - Per quello che posso capire stasera faranno tardi e anche noi faremo tardi per reggere la coda a lor signori. Mi hanno fatto preparare di là il tavolo da gioco. Tutto deve essere perfetto ha detto il Signor padrone. Almeno dieci mazzi di carte da poker nuovissimi. Che se ne faranno poi!? Ha detto: se un mazzo viene contestato ce ne deve essere sempre uno nuovissimo con cui sostituirlo. Ora ci pensi...? Ehi, dico ci pensi!?
Mirel – Ma cosa vuoi che debbo pensare?
Riccardo – Delle persone che giocano e già prevedono che qualcuno possa segnare le carte per dieci volte. Bella previsione e grandissima fiducia, non c’ è che dire.
Mirel – Quelli non stanno certo a giocarsi le noccioline, come possiamo fare noi.
(continuano a spazzolare qua e là)
Riccardo – E tu Mirell . Ehi... mi ascolti?
Mirel – Sììì...
Riccardo - Tu, sei ben contenta di fare la cameriera per tutta la vita?
Mirel – Penso di essere stata persino fortunata a trovare questo posto. Il signor padrone è rispettoso, paga i contributi, la paga non è alta ma almeno è regolare e poi...
Riccardo – … poi non ti mette le mani addosso come faceva il tuo primo padrone.
Mirel – Ti pare poco? Almeno un certo rispetto.
Riccardo – Certo, certo. Ma come si può pensare di fare questo lavoro per tutta la vita?
Mirel – Bisognerebbe essere baciati dalla fortuna per trovare un lavoro migliore.
Riccardo – In quanto all’essere baciata; qui ti può capitare che lo faccia io o il figlio del padrone e nessun altro. (il cameriere si accosta e lei si scosta).
Mirel – Smettila!
Riccardo – Figurati, non ti mordo di certo. Mia cara... la fortuna bisogna anche costruirsela, non arriva certo da sola. Io non resterò qui a fare il cameriere, mi manca solo qualche esame e poi via.
Mirel(esitante) Via dove?
Riccardo – Dovunque, anche in capo al mondo. Posso andare in Inghilterra o in America o in Australia, avranno bisogno di un matematico da qualche parte e la lingua inglese la parlo perfettamente. Cosa mi manca per partire e per cercare la fortuna?
Mirel – (esitante) E io?
Riccardo(sorpreso) Tu... cosa ?
Mirel - (riprendendosi dall’esitazione) No, niente, niente.
(entra in quel momento il padrone di casa...)
Padrone di casa - Tutto a posto qui? Cercate di non battere la fiacca perché arriveranno presto. Ricordatevi che saremo otto. Dite in cucina di accelerare con gli spuntini. Poi debbono essere ben disposti tutti sul tavolo grande, accanto alle bottiglie, in modo che si capisca che debbono consumare al tavolo grande e non debbono portarsi gli spuntini sul tavolo da gioco, si fa una grande confusione.
Riccardo – Ma come vuole che si capisca...?
(intanto la cameriere è uscita di scena)
Padrone di casa – Che intendi dire?
Riccardo – Come faccio a proibire ai suoi ospiti di portarsi gli spuntini al tavolo da gioco? Metto un cartello, li picchio sulle mani? Sarà meglio che lei prima di iniziare a giocare imponga ai suoi ospiti questa regola.
Padrone di casa – Sì, forse sarà meglio? Ma non posso impedirgli di bere al tavolo di gioco?
Riccardo – Gli dica che possono solo bere e che per...
Padrone di casa – Perché hai lasciato la frase incompleta?
Riccardo(sorridendo) se vuole posso completarla. Potrà dire agli abbuffini che per consumare gli stuzzichini è meglio che alzino il culo dalla sedia e si spostino al tavolo grande per evitare che il tavolo da gioco possa diventare uno schifo.
Padrone di casa – Sei un insolente. Parli così perché approfitti che io sono un vecchio socialista e non ti caccio via a pedate per rispetto alla memoria di tuo padre partigiano.
Riccardo – La prego mi risparmi questa paternale, mi sono solo limitato a spiegare sul come lei potrà spiegare ai suoi ospiti.
Padrone di casa(sorride lievemente) Allora grazie, gentile insolente.
(entra di nuovo la cameriera )
Mirel – C’è il Dottore.
Padrone di casa – Che tipo di dottore? Il primario?
Mirel – Sì, proprio lui. Ed è... (entra il dottore e lo indica con la mano) .... già qui.
Padrone di casa – Eccoti. Hai fatto bene ad arrivare per primo e ti ringrazio. Andate via voi, di là a completare i preparativi.
(I camerieri escono )
Primario – Carissimo, mi hai detto di arrivare presto e come vedi non ho mancato.
Padrone di casa – Ti ringrazio. Spero di avere qualche minuto per spiegarti che l’altra notte si è ripresentato quel fenomeno.
Primario – L’apnea notturna?
Padrone di casa – Sì, mi sono svegliato quasi gridando, un senso di soffocamento, non riuscivo a respirare né con il naso e neanche con la bocca. Poi ho cominciato a sentire freddo e a tremare.
Primario – Hai messo le gocce al naso prima di andare a dormire?
Padrone di casa – Sì, le ho messe e non sono servite a nulla.
Primario – Raddoppia la dose da questa sera.
Padrone di casa – (un po’ innervosito) Sì raddoppio, raddoppio così ci perdo pure l’odorato con quelle gocce. E’ la gola quella che non va.
Primario – Occorre fare tutti gli accertamenti che ti avevo prescritto e tu continui a rinviare. Continui a dedicarti alla vita politica a pieno ritmo. Non puoi tenere lo stesso passo. Capisci? Devi prenderti un periodo di riposo e dedicarlo solo alle tue cure.
Padrone di casa – Non posso. Lo capisci che non posso. Mi sta cascando tutto addosso, sono pressato da tutte le parti, stanno per chiedere le mie dimissioni, per farmi fuori definitivamente. Come puoi pensare che io in questo momento mi metta da parte per curarmi. Sto preparando un discorso di chiarificazione per il Parlamento e poi succeda quello che deve succedere.
Primario – Ma questo incontro di questa sera, era proprio necessario? Non ti potevi risparmiare almeno questa fatica.
Padrone di casa – L’ha chiesto lui.
Primario – Parli di Stella. (Poi sogghignando) Mi immagino, avrà detto: una partitina a poker tra amici.
Padrone di casa – Sì, esatto, l’ha chiamata proprio così. E’ evidente che vuole comunicarci qualcosa, qualche sua decisione.
Primario – Decisione, parola magica. Eh, e chi sarebbero gli invitati?
Padrone di casa – Otto in tutto. Vuoi che ti faccio l’elenco?
Primario – Certo.
Padrone di casa – Tu, lui, io, il banchiere, don...
Primario - ...l’alto prelato!? Certo, i soliti.
Padrone di casa - E no, non proprio i soliti: ci sarà anche il giudice Canessi.
Primario – Canessi?
Padrone di casa – Sì, proprio lui. Non te lo aspettavi.
Primario – E cosa potremo discutere col giudice Canessi...?
Padrone di casa – Vedrai, è il rebus centrale della serata. In coda avremo l’americano e....
Primario (interrompendo velocemente il padrone di casa) Quale americano? Non vorrai dire che...?
Padrone di casa – Sì, proprio lui, Drek o Derk. Come accidenti si chiamava?
Primario – (un po’ innervosito) Ma cosa c’entra l’americano? Ma allora vuole veramente fare una partita a poker? Divertirsi? Altro che comunicazioni serie e riservate. Come possiamo sederci a tavolo e discutere con un filibustiere di tale sorta? E poi perché? Quello è solo un professionista del gioco. Che c’entra con noi?
Padrone di casa – Guarda che lo ha invitato lui.
Primario – Lo ha invitato lui a casa tua.
Padrone di casa- Ha detto: gli dico di venire per le dodici, l’ultima volta mi ha vinto parecchi quattrini e mi debbo rifare.
Primario – (ridacchiando) E tu ti sei prestato a fare questo incontro western. Hai ordinato whisky e pistole immagino.
Padrone di casa – Smettila. Non me ne frega niente dei suoi divertimenti, se vuole giocare giochi pure. Ma io stasera non giocherò, voglio sapere bene quali sono le sue intenzioni.
Primario – Ha dimenticato Stella che sei stato tu a costruire le sue fortune, con le leggi che hai fatto su misura per lui. Bene, ora facciamo come dice lui, che ce ne importa. Ormai pare che si apra un grande spazio per lui sulla scena politica. Io per me sto tranquillo.
Padrone di casa – Questo lo puoi dire tu con la tue cliniche e non io che sono sotto il fuoco incrociato di tutti.
Primario(dopo aver fatto dei passi in scena come per concentrarsi) Ma, ne ho contato sette. Chi è l’ottavo?
Padrone di casa – Anche l’ottavo invito è una sua scelta.
Primario – Su... dillo.
Padrone di casa – La contessina.
Primario – La ragazza immagine, diciamo la puttanella.
Padrone di casa – Beh, non esagerare.
Primario – E chi esagera... è una qualifica professionale.
Padrone di casa – Arriverà anche lei sul tardi alla stessa ora dell’americano.
Primario – Per concludere proprio alla grande.
(Entra la cameriera )
Mirel – E’ arrivato il monsignore.
Padrone di casa - Fallo entrare.
(Esce la cameriera)
Primario – Mi chiedo come concilierai insieme la presenza dell’alto prelato, del giocatore incallito e della ragazza immagine.
Padrone di casa – Monsignore sarà sicuramente andato via per quell’ora.
(Entra l’alto prelato – indossa un abito civile con il collare da prete – il primario va verso di lui e accenna un breve inchino con la testa.)
Primario – E’ una fortuna vedervi Monsignore.
Monsignore – Grazie carissimo. E voi caro gentile padrone di casa come state?
Padrone di casa – Non bene Monsignore, forse dovrò passare presto dalle sue cure alle vostre preghiere.
Monsignore – Le mie preghiere non mancano mai per voi. Ma vi auguro che possano servire intanto le sue cure.
Padrone di casa – Sono assediato dai malanni, dagli eventi, e dagli uomini.
Monsignore – State dipingendo in modo molto tetro la situazione in cui vi trovate, ma non occorre mai disperare; la provvidenza può arrivare in soccorso.
Padrone di casa – Provvidenza o fortuna? Ho sempre avuto difficoltà a fare una chiara distinzione.
Monsignore – La natura dei due eventi è ben diversa. La provvidenza ha una natura divina, potrebbe presentarsi non sotto l’aspetto della fortuna e potrebbe anche apparentemente presentarsi come un danno, ma il suo fine è quello di salvare ed è sempre in grado di operare al fine di salvare.
Padrone di casa – Vi confesso che un altro danno in questo momento non riuscirei ad affrontarlo. Sono pressato da tanti eventi dannosi. Gradirei che la provvidenza arrivasse con un po’ di fortuna. Può succedere?
Monsignore – Certamente, ma il modo come si presenta non è scrutabile per noi; ce ne possiamo rendere conto solo dopo, esercitando la consapevolezza sull’evento accaduto.
Primario – Voi, Monsignore, avete consapevolezza dell’incontro che ci sarà questa sera?
Monsignore – (sorridendo appena) Potrò averla solo dopo che sarà avvenuto, forse potrò averla.
Primario – Quel forse, ci sta proprio azzeccato. Penderemo tutti dalle labbra di Gianni Stella.
Monsignore – Penso che, visto come stanno le cose, possiamo ascoltare; ma occorre operare per l’intero paese.
Padrone di casa – Ben detto, Monsignore...l’intero paese.
Primario – Io ho poco a che fare con l’intero paese.
Padrone di casa – Già, perché tu sei solo un’insieme di cliniche.
(Entra la cameriera )
Mirel – E arrivato il dottor Massi.
Padrone di casa(rivolgendosi al primario) Vedi, ora sta arrivando un’insieme di banche. Qui il monsignore è arrivato con un insieme di chiese, io tengo incollati un insieme di partiti, e quando arriverà Lui, arriverà l’impren...ditoria. Ed ecco, l’intero paese! Certo, mancano gli operai, ma se volete posso fare partecipare i miei camerieri.
Primario – Sei di una straordinaria brillantezza stasera.
Mirel – Lo faccio entrare?
Padrone di casa – Certo, vai, che entrino le banche.
(Entra il banchiere)
Padrone di casa – Benvenuto caro Massi. Come vedi siamo qua: il medico, il monsignore e l’ammalato.
Massi – Non mi aspettavo della sua presenza Monsignore, la saluto ( fa un breve inchino con il capo) e saluto tutti voi. Il livello elevato dell’incontro mi fa presagire che la partita non sarà tanto amichevole.
Primario (dice sogghignando) Avete portato il denaro per giocare ?
Massi – Cominciare con questa battuta non è proprio il caso. Avevo detto al padrone di casa che io avrei preferito non esserci.
Monsignore – Allora figuratevi io, cosa posso entrarci in questo incontro?
Primario – Bene, andatevene tutti, così restiamo io e l’ammalato. L’ammalato ha bisogno di cure, ma si tratta di cure che non posso dare solo io come medico. Sono necessarie le medicine che hai tu Massi.
Massi – Le mie banche sono sull’orlo di mancanza di li qui di tà (scandendo).
Primario – Come l’hai detta bene quella parola; vedo che metti le mani avanti. Ma bada che se l’ammalato ha un crollo ci saranno guai per tutti.
Monsignore – Allora è proprio la mia presenza che non capisco perché sia stata cercata.
Padrone di casa – Le vostre parole Monsignore e anche quelle di altri prelati, sono il sostegno più importante.
Massi – Chi altri ci sarà a questo incontro?
Primario – Il giudice Canessi.
Massi – (ad alta voce) Chiama la cameriera per farmi portare il soprabito, perché io vado via.
Padrone di casa – Ma che dici?
Massi – Dico che non ha senso. Non si può parlare di nulla in presenza di Canessi, è un giudice con l’anima di poliziotto e d’inquisitore.
Primario – Ma di cosa ti preoccupi? (sogghigna) Siamo qui solo per una partitina a poker, di cosa vuoi parlare mentre giochi a poker, puoi dire al massimo cip, full, scala, tris .
(Entra la cameriera)
Mirell – (ad alta voce ) – Sono arrivati il giudice Canessi e il dottor Stella.
Padrone di casa – Avete sentito? Arriva addirittura insieme al giudice. Non abbiate paura, tutto andrà per il meglio. Vuol dire che Canessi sa già, sa già. (E rivolgendosi alla cameriera) Fai entrare.
(Esce la cameriera ed entrano il giudice Canessi e il dottor Stella. I presenti si raccolgono e al centro della scena, Stella sorride piacevolmente stringendo mani e baciando quella del prelato).
Stella – Sono felicissimo. Tutti qui riuniti i mie più cari amici. (Poi abbracciando calorosamente il padrone di casa) Sono stato in apprensione per la tua salute, ma vedrai, tutto si metterà a posto, c’è un grande medico tra i tuoi amici, che sa fare i miracoli. (Poi sorridendo) Oh mi scusi Monsignore, mi riferivo ovviamente ai miracoli della medicina.
Padrone di casa – Sarà meglio che ci accomodiamo nell’altra stanza. Ho fatto preparare qualcosa, degli stuzzichini, qualcosa di semplice per accompagnare un buon bicchiere.
Stella – Niente di meglio. Qualcosa di semplice è quello che gradisco, per accompagnare un buon bicchiere con gli amici, quel buon bicchiere che accompagna e scioglie la parola, quel buon bicchiere che fa digerire, quel buon bicchiere che ci sostiene. Ma dobbiamo sempre essere vigili con la mente, il gioco del poker necessita della massima vigilanza.
Monsignore – Spero non mi vogliate coinvolgere in una partita a poker...?
Stella – Monsignore, si figuri. Per prima cosa il dovere, le questioni più serie. E dopo, solo dopo, se ci sarà tempo, un po’ di relax. E se lei rimane anche nel relax ci illuminerà con la sua presenza.
Monsignore – Ad un certa ora dovrò andare, è sicuramente meglio.
Stella – (rivolgendosi al padrone di casa) Come vedi caro Fassi, la giusta precauzione del monsignore per non cadere in tentazione. Ma a proposito di precauzioni: debbo dire che anch’io ne voglio prendere una, e mi deve aiutare il padrone di casa. Può aiutarmi il padrone di casa?
Padrone di casa – Certo, dimmi …
Stella - Poco fa, mentre ero in anticamera, nei pochi attimi di anticamera, ho visto aggirarsi una pericolosa presenza.
Padrone di casa - Una pericolosa presenza?
Stella - Sì, un grosso gatto nero.
Padrone di casa – E’ Stink, il mio gatto, ma non è di certo una pantera.
Stella – Peggio, molto peggio, è un gatto nero. Per un attimo stava per attraversarmi il passaggio. Voi non ci crederete ma io sono un po’ superstizioso. Come dire: non è che ci credo proprio ma voglio prendere le mie precauzioni. E’ meglio prevenire. E allora...
Padrone di casa – E allora?
Stella – E allora o io o il tuo gatto in questa casa.
Padrone di casa – Ma non ti pare di esagerare?
Stella – Credimi preferisco esagerare, è una mia prudenza.
Padrone di casa – Va bene, non ti preoccupare. Accomodatevi tutti nella sala e al gatto ci penso io.
(Tutti gli ospiti parlottando escono dalla scena, il padrone di casa rimane solo in scena)
Padrone di casa – (come pensando rivolgendosi al pubblico) La sua gentile tracotanza non ha limiti. Addirittura pretende di dare disposizioni in casa mia sul mio gatto. Questo è uno di quei momenti in cui lo strozzerei con le mie mani. Ma questa sera debbo pazientare, pazientare e poi domani si vedrà … basta. (Poi ad alta voce). Mirel, Mirel vieni subito qui.
(Entra la cameriera)
Mirel – Eccomi
Padrone di casa – Dov’è Stink?
Mirel – Non so. Gironzola come al solito.
Padrone di casa – Non deve gironzolare, deve stare fermo.
Mirel - Come posso far star fermo un gatto?
Padrone di casa – Chiudilo da qualche parte...nello sgabuzzino.
Mirel – Si metterà a miagolare ininterrottamente.
Padrone di casa – Dà fastidio al dottor Stella. (con tono innervosito) Buttalo via, fà qualcosa, questa riunione è importantissima per me.
Mirel – Posso metterlo nel terrazzino, ci sta volentieri. Ma se vede una gatta è capace di saltare giù in strada.
Padrone di casa – Mettilo nel terrazzino, fai quello che vuoi, faccia il gatto quello che vuole.
Mirel – Sarà fatto signore.
(Il padrone di casa esce di scena)
Mirel - Stink, Stink, dove sei? (anche la cameriera esce di scena)
(Il sipario si chiude e poi si riapre sullo stesso quadro di scena come a segnare il passaggio di un certo tempo)
(Entra in scena il cameriere)
Riccardo – (con tono ironico e divertito discute con se stesso) Si sono appartati, il meglio del paese si è appartato. Io sto qua, attendo pazientemente i loro comandi per servire qualcosa. Hanno detto che mi chiameranno loro all’occorrenza ed è già passata la prima mezz’ora. Non hanno chiamato, tanto meglio così. Non vogliono orecchie indiscrete. E già, le mie orecchie potrebbero essere molto indiscrete. Ci sono tanti pennivendoli in giro che darebbero somme ben elevate per sapere qualcosa di quello che accade qui dentro, anche i soli nomi delle persone che hanno partecipato a questo incontro. (Prosegue con un po’ di rammarico) Ma io sono legato, non posso parlare, sono legato mani e piedi alla mia onestà. L’onestà è qualcosa di terribile che ti perseguita dentro, riesci ad essere onesto anche quando stai insieme a dei disonesti. Mantieni la parola, sei fidato. (Ritornando al tono precedente) Mi sembra di essere un cane, fidato, per un pezzo di pane, potrei scodinzolare come un cane... bauu , grrr, bauu.
(Entra lentamente il giudice)
Giudice – Cosa fate?
Riccardo – Oh, signore, scusate, stavo raschiando la gola.
Giudice – Come un cane?
Riccardo – Vedete io sono un cameriere, il cameriere è come un cane fidato.
Giudice – Spiritoso. Ma ditemi, dove posso fumare una sigaretta?
Riccardo – Da nessuna parte. Il padrone di casa non vuole che si fumi da nessuna parte.
Giudice – Ci sarà pure un posto.
Riccardo – Non c’è. Comunque fumate pure, aprirò la finestra e non se ne accorgerà. (Accompagnando con un gesto di sufficienza e indicando la finestra).
Giudice – Siete voi che mi state facendo questa concessione?
Riccardo – Io non faccio concessioni, mi limito solo ad aprire la finestra.
Giudice – Siete un insolente.
Riccardo – Allora, siamo colleghi.
Giudice – Cosa intendete dire.
Riccardo – Dico che mentre gentilmente mi premuravo di aprire la finestra per permettervi di fumare, voi insolentemente mi avete dato dell’insolente.
Giudice – Vedo che continuate a mancarmi di riguardo. Il vostro padrone vi permette simili libertà?
Riccardo – Visto che siete un giudice, mi avvalgo della facoltà di non rispondervi.
Giudice – (con tono autoritario) Andate via, a fare le vostre faccende e lasciatemi solo.
Riccardo – Volentieri mi libero della vostra presenza, signore.
( Il cameriere dopo avere aperto la finestra esce di scena, il giudice accende la sigaretta)
Giudice – Mai visto un cameriere così insolente. Si vede che la vicinanza di un padrone socialista lo ha portato a comportamenti maleducati e insubordinati.
(Entra in scena l’alto prelato)
Giudice – Monsignore, anche lei qui per fumare?
Monsignore – No, no. Mi sono staccato un attimo per cercare voi. Noi non dovremmo essere qua né io e né voi. Ma Lui dice che voi siete disponibile a chiudere...
Giudice - Non mi sono ancora pronunciato, sto fumando, è meglio. Ma, se io sono disponibile a chiudere, voi siete disponibile ad appoggiare a dire nelle sedi appropriate? (dopo una pausa breve) Ecco, vedete, pare che tutto dipenda da Massi, il banchiere, che pare non ne voglia proprio sapere di finanziare l’operazione di una candidatura di Stella. Voi Monsignore cosa ne pensate francamente della candidatura di Stella? Se entra Stella è ovvio che debba uscire Fassi, il nostro padrone di casa.
Monsignore – Al punto in cui siamo, mi pare che la candidatura di Stella diventa necessaria. Ma, ma, mi duole l’abbandono di Fassi.
Giudice – Per Fassi non c’è modo di tirarlo fuori.
Monsignore – Ma perché?
Giudice – Non mi è possibile. E’ andata troppo avanti la cosa, non posso fare più niente.
Monsignore – Ma come mai, eppure per Stella vi state tanto premurando.
Giudice – ( un po’ innervosito) E’ diverso, è tutto in itinere, non è partito ancora nulla.
(Entra Massi il banchiere)
Giudice – Cosa c’è?
Massi – E’ meglio che tornate dentro, la questione si complica.
Monsignore – In che senso?
Massi – Andate a sentire. (Poi alzando la voce) Ma sia ben chiaro che non si può fare tutto con il denaro delle mie banche.
Giudice – Che volete dire?
Massi – Andate dentro e lo capirete. Ora me la fumo io una sigaretta.
(Escono di scena il Giudice e il Monsignore, il banchiere si siede sul divano, dopo poco entra il padrone di casa.)
Padrone di casa – Bravo sei qua. Lui dice che hai detto no e che alla fine dirai sì, perché sei legato al suo destino.
Massi – Purtroppo è vero.
Padrone di casa – Che intendi dire?
Massi – Le mie banche in questi anni hanno fatto ingenti prestiti alle sue aziende, se crollano le sue aziende crollano le mie banche, di conseguenza io dico di no e poi dovrò dire di sì per non affogare insieme a lui. Non avrò altra scelta possibile. Per me sarà una necessaria dilazione delle difficoltà.
Padrone di casa – E io?
Massi – Non riusciamo a fare nulla per te. Lo sai che saremmo disposti a tutto, ma è impossibile, non è una questione di soldi.
Padrone di casa – Ad essere sacrificato sarò io.
Massi – Lui è disposto a scendere in campo per il Paese.
Padrone di casa – Così, ora il Paese siete voi ed io vengo escluso dal Paese. Dovrò abbandonare il Paese o finire nelle patrie galere. E voi che siete nati grazie alle mie leggi ora mi consegnate al boia. (poi quasi soffocando) Dov’è, dov’è la ghigliottina sono pronto. (si siede su un sedia respirando a fatica).
(Massi si avvicina )
Massi- Calma, calma, vado a chiamare il medico
Il padrone di casa – (prendendogli la mano) No, no, fermo. Lascialo a contrattare anche lui sulla mia testa. Non preoccuparti, mi faccio portare un bicchier d’acqua dal mio cameriere e passa tutto, non vi darò la preoccupazione o la soddisfazione di morire giusto stasera. Vai di là e non dire niente a nessuno.
(Massi si allontana lentamente ed esce di scena)
(Entra il cameriere)
Riccardo – (si avvicina al padrone di casa) Signore... vi sentite male.
Padrone di casa - Mi sto riprendendo, mi sto riprendendo. Apri la finestra Riccardo.
Riccardo – E’ già aperta signore. Respirate male signore vado a...
Padrone di casa – No, no. Non chiamare nessuno. Sono fuggito di là, sono tutte belve, mi hanno azzannato alla gola, è per questo che non riesco a respirare. Vammi a prendere un bicchiere d’acqua ora.
(Cameriere esce di scena)
Padrone di casa – Comincia il pendio. Dovrei essere perfino contento di scendere dopo tanto salire. Salire, salire per fare cosa? Cambiare il mondo? E non si cambiava il mondo. Potevi stare solo sopra il mondo e scoprire che il mondo si divertiva a guardare te che stavi sopra, pesava i tuoi atti, apprezzava le tue parole, condivideva, dissentiva. Alla fine ti accorgi che stai sopra, ma sei solo sospeso come un funambulo e nel punto più oscillante della corda; ora guardi al tuo ombrellino colorato che apparentemente ti sostiene, ma sono le tue gambe che cominciano a tremare, è la fatica degli anni che avanza e il tuo corpo che cede … mentre ti abbandona la fortuna e cambia la sorte.
(Ritorna il cameriere con un bicchiere d’acqua)
Riccardo – Ecco, signore (porge il bicchiere)
Padrone di casa – Grazie (beve lentamente con fatica, poi poggia il bicchiere sul tavolo). Mi hanno distrutto Riccardo, d i s t r u t t o. Se io muoio promettimi che devi aiutare mio figlio.
Riccardo – Ma io sono solo il vostro cameriere signore...un pover’uomo.
Padrone di casa – Non importa, Riccardo non importa. Mio figlio è ancora giovane ed ha bisogno del sostegno di una persona retta e tu lo sei. E sei anche una persona capace in questo mondo di inetti dove la fortuna premia solo i più gaglioffi. Vedi io, uno stinco di santo non lo sono mai stato, ma ho evitato qualche bassezza eccessiva, e qualche volta ho perseguito la luce del giusto, solo a sprazzi, ma non mi sono lasciato prendere da quella luce... Ora debbo iniziare a fare i conti per una partita ben diversa dove è in gioco la mia salute e il mio declino e chiedo il tuo aiuto.
Riccardo – Come potrò...?
Padrone di casa – Potrai. Ma ora pensiamo a chiudere questa serata e ai nostri ospiti.
Riccardo – Signore, ci sono quelle due persone che dovevano arrivare tardi e invece sono arrivate molto prima, l’americano e la contessina.
Padrone di casa – (guarda il suo orologio al polso) Ma sono le dieci. Dovevano arrivare alle dodici, a mezzanotte. Ma forse è meglio così, così la pietosa messinscena finisce subito e inizia la baraonda. (Si alza come rinvigorito). Ormai la salita è finita Riccardo, inizia il pendio, il mio precipizio. Falli entrare e accoglili come se fossero angeli del paradiso.
(Il cameriere esce e rientra dopo un attimo insieme ai due ospiti)
L’americano – (sorridendo e andando a stringere la mano del padrone di casa) E’ qui che si gioca?
Contessina – Bella frase iniziale per entrare in una casa.
Padrone di casa – (si avvia verso la contessina) Cara Natali, (l’abbraccia) finalmente un po’ di luce in questa serata tetra. Vi aspettavamo per le dodici ma va molto bene lo stesso.
L’americano – Dieci io avere capito dieci, molto scuso, molto scuso.
Contessina – Visto. Era come dicevo io, le dodici. Invece lui ha telefonato a me dicendo che era per le dieci e visto che il passaggio in macchina me lo dava lui, allora ho dovuto.
Padrone di casa – Benissimo Natalì, non preoccuparti, anzi è stato provvidenziale questo anticipo.
L’americano – La prossima volta meglio dire mezza noce. Ci sta mio amico Stella? Io qui conoscere solo lui.
Padrone di casa – Ci sta, ci sta. Tra poco in questo Paese ci starà solo lui. Venite, vi conduco di là
(Resta solo il cameriere)
Riccardo – Tra qualche giorno questa casa cadrà e forse qualche mattone cadrà sulla mia testa.
(Entra in scena il banchiere)
Riccardo – Non vi sono bastati gli stuzzichini, signore? Vi avverto che no ne abbiamo più.
Massi – Sei proprio un cameriere insolente.
Riccardo – Niente di nuovo, signore, è la terza volta sta sera che prendo questo complimento.
Massi – Il padrone di casa ti paga per questa tua insolenza?
Riccardo – Lautamente signore, ma appena migliorerò professionalmente potrò venire a lavorare in una delle vostre banche.
Massi – Saresti perfetto per il carattere. Ma credo che nella tua testolina alberga un sovvertitore ed è meglio che stai alla larga dalle mie banche.
Riccardo – Grazie per il consiglio, mi terrò alla larga dalla vostra peste.
Massi – Mi viene voglia di darti quattro schiaffi.
Riccardo – Provateci. Potreste anche vincerne otto, di ritorno.
Massi – Dirò di questo comportamento al padrone di casa.
Riccardo – Un altro giorno sarebbe stato compiacente con voi, oggi non credo.
Massi – Hai sentito qualcosa?
Riccardo – Non ho sentito, signore, ma come un cane fedele ho percepito il malessere del mio padrone.
Massi – Servo devoto!?
Riccardo – Vi sbagliate, non l’ho mai potuto sopportare. Ma da quando è caduto in disgrazia, provo una certa pena.
Massi – Commovente. Perché?
Riccardo – E’ solo perché continuo a provare pena per me stesso che sono un disgraziato e vedendo in disgrazia il mio padrone, per il principio della non contraddizione, la pena che provo per me aumenta ed è capace di riversarsi sul mio padrone sulla base della legge dei vasi comunicanti fino a determinare una perfetta equazione.
Massi – Ora basta! Non starò qua a fare da contorno alla saccenteria di un servo. ( Lo lascia e va via)
(Mentre Riccardo sorride per la soddisfazione di averlo messo in fuga con le sue parole entra il Monsignore)
Monsignore – Cameriere, portate il mio soprabito, voglio andare via subito.
Riccardo – Provvedo. Vi vedo turbato Monsignore.
Monsignore – Sì, turbato, turbato. Certe battute grevi non le sopporto.
Riccardo – Neanche io, Monsignore. Ma perché non sopportate le battute e invece accettate che possa essere messo in disgrazia e abbandonato un uomo?
Monsignore – Di chi stai parlando, figliolo?
Riccardo – Del padrone di questa casa, Monsignore?
Monsignore – Dunque anche tu sai?
Riccardo – Intuisco, Monsignore.
Monsignore – Ma non è nelle mie possibilità. Lo farei certamente, ma non posso.
Riccardo – Perché?
Monsignore – Tu pensi che noi preti abbiamo grandi poteri e forse molti preti la pensano come te. Ma in realtà noi siamo solo a servizio di Dio e …
Riccardo – … e solo di Dio?
Monsignore - Non mi fare dire sciocchezze e vai a prendere il soprabito.
(Esce il cameriere ed entra il padrone di casa)
Padrone di casa – Ci lasciate, Monsignore?
Monsignore – Per me la serata è conclusa. Ma poi hai sentito con le tue orecchie, non si può parlare in quel modo. Quelle sarebbero barzellette? E poi che senso ha raccontare certe cose? Mi chiedo per quale motivo dovremmo sostenerlo?
Padrone di casa – Semplice. L’ha detto lui stesso: per evitare l’avanzata dei comunisti.
Monsignore – Ma non ci sono più i comunisti.
Padrone di casa – Ma lui dirà che ci sono. E come farete voi a dire che non ci sono, se avete sempre detto che sono il maggior pericolo?
Monsignore – Basta, non ne voglio più parlare.
Padrone di casa – Sì, è meglio non parlare, almeno con me che dovrò recarmi da solo nel deserto.
Monsignore – Io ti avrei aiutato. Ma l’hai sentito anche tu quel giudice. Non c’è modo. Non ci sono più i tempi. Non si può, non si può.
(Entra in scena il giocatore americano come a continuare la frase del monsignore)
Derk – Non si può, non si può. Quattro volte di fila; io full d’assi e lui un missero poker di sette, poi io tre King e lui tre assi, poi e pppoi , no non si può. E’ una fortuna sfacciata. Impossibile ... impossibile.... vi rendere conto anche te e te... questa è una fortuna impossibile. (con sbiascicato linguaggio indica i due presenti in sala)
(Le parole dell’americano vengono interrotte da un forte rumore proveniente da fuori come di un incidente d’auto)
(Vanno verso la finestra .....entrano tutti gli altri ospiti e il cameriere)
Cosa è successo?..... Cosa è successo?
Padrone di casa - (dopo essersi affacciato alla finestra) - Un incidente, pare proprio un incidente, si vede una macchina fracassata che è andata ad urtare contro quel grosso palo della luce nella piazzetta. Si cominciano ad avvicinare delle persone vicino all’auto incidentata
Massi – (dopo essersi affacciato) Ma come avrà fatto, con tutto quello spazio per strada? Manda il tuo cameriere giù per vedere di sapere qualcosa.
Padrone di casa – Riccardo scendi giù, vedi di sapere qualcosa. E dove sta Mirel? Chiedi anche a lei se ha visto qualcosa.
(Il cameriere esce)
(Continuano a parlottare indistintamente nella vicinanze della finestra)
(Si sente la sirena dell’autoambulanza in arrivo)
Monsignore – Sono stati veloci, per fortuna siamo nelle vicinanze dell’ospedale. Hanno fatto proprio in fretta.
(Continuano a stare vicino la finestra – tranne Stella e il Primario – che da una parte della sala pare discutono a bassa voce tra loro)
Monsignore - (che ha sbirciato di nuovo dalla finestra) Stanno estraendo il conducente, sembra sia una donna, deve essere proprio malconcia. L’hanno riposta sulla barella che pare morta.
Stella – Questo incidente proprio non ci voleva.
Primario – Forse è meglio che chiudiamo questa serata.
L’americano – (arrabbiato) Cccerto, così io restare in perdita.
Stella – Potreste continuare a perdere.
L’americano – Mi basta solo un quarto di ora per conciarti per le feste, miliardario ittaliano.
Primario – Signori un po’ di contegno, e poi se volete possiamo continuare a giocare. Tutto sommato non ci riguarda.
Padrone di casa – Non ci riguarda! Ma qui sei tu il dottore, ti poteva venire in mente di scendere.
Primario – In questi casi l’aiuto migliore è un trasporto veloce in una struttura ospedaliera.
L’americano – Perfetto, giusto dottore ... sentivo dire in guerra... in italiano si dice cinico.
Primario – Non vi permetto di insultare.
Stella – Signori, signori, vi prego, un po’ di contegno. (Entrano i camerieri ) Ecco ritornati i camerieri, ci diranno qualcosa.
Padrone di casa – Sei riuscito a sapere qualcosa?
Riccardo – Il conducente, una giovane ragazza, ha deviato improvvisamente come per scansare un ostacolo. Un testimone dell’incidente ha detto che ha fatto quella brusca manovra per scansare un gatto
Mirel - (grida) Stink!
Primario – Che vuol dire?
Padrone di casa – Mirel, vai a vedere subito nel terrazzino, se sta ancora lì.
(Cameriera esce)
Padrone di casa – Ci voleva pure questa, un’altra aggiunta ai miei problemi.
Giudice – Non vi preoccupate. E’ molto difficile che possiate essere chiamato in responsabilità per l’incidente. In città occorre camminare ad una velocità adatta a frenare o a scansare gli ostacoli.
Massi – Gli animali dovrebbero essere tutti coperti da assicurazione. Specie per noi, personalità importanti, che rischiamo sempre delle ritorsioni.
(Cameriera rientra)
Padrone di casa – Allora, Stink?
Mirel – Non c’è. Nel terrazzino non c’è. E’ sparito.
Stella – Lo dicevo io che quel gatto era un pericolo.
Padrone di casa – In casa non avrebbe rappresentato nessun pericolo ed è a causa tua che stato spedito in terrazzino.
Stella – Vuoi dire che l’incidente è accaduto a causa mia?
Padrone di casa – Non l’ho detto questo, ma è stato mandato in terrazza per compiacerti.
Stella – Era una richiesta consona, visto che si giocavano grosse cifre.
L’americano – E proprio perché si sono giocate grosse cifre che mi pare d’obbligo di continuare nel gioco come previsto.
Padrone di casa – (con tono fermo) Non se ne parla proprio. Per me la serata è conclusa e vi invito ad andare via.
L’americano – Ma è una indecenza, in una serata di questo tipo vanno in qualche modo rispettate certe regole.
Padrone di casa – La mia casa non è un casinò, era una partita tra amici e stante le cose non mi pare il caso di continuare.
Stella – Mi pare una giusta scelta che dimostra la sensibilità del padrone di casa. Dopo questo incidente, come si fa a continuare?
L’americano – Bella questa. Anche voi sensibile. Certo vince trecentomila dollari, molto sensibile.
Stella – Io non ho problemi a continuare, ma occorre portare rispetto al padrone di casa.
Padrone di casa – Via, via, via...
Massi – Leviamo le tende, Monsignore.
Contessa – Dottor Cardelli, mi accompagna a casa lei?
Primario – Come al solito, non chiedo di meglio.
Monsignore – (verso il padrone di casa) Mi raccomando curate la vostra salute prima di tutto.
Massi – Sù, andiamo signori
(Tutti gli ospiti escono lentamente)
Padrone di casa – Ragazzi, se ce la fate mettete un po’ in ordine, se non ce la fate rimandate a domani. Io sono molto stanco e vado a letto.
Riccardo (mentre esce di scena il padrone di casa, in modo quasi affettuoso) – Buona notte signore.
Mirel - Cosa facciamo?
Riccardo - (con un tono quasi declamatorio) Semplice, velocemente metteremo a posto di là, e poi io e te andremo a fare all’amore.
Mirel - Ma cosa stai dicendo? E perché lo dici con questo tono?
Riccardo - Sei una bella donna, Mirel, ma la discesa del tempo inizierà anche per te, io ti desidero fin dal primo momento e solo ora sto raccogliendo tutta la forza per dirtelo. E’ l’unica cosa di buono che possiamo fare per toglierci questa coltre di malessere che si addensa sopra di noi questa notte.
Mirel - Stink non è più tornato, chissà dove è andato.
Riccardo - All’inferno presumo. Tutti i gatti neri vengono dall’inferno e ritornano all’inferno.
(Si chiude il sipario del primo atto)
SECONDO ATTO
Quadro di scena: lo stesso - Tutti i personaggi del primo atto hanno 17 anni in più. Il padrone di casa è il figlio del padrone di casa.
(In scena Mirel sta mettendo a posto la stanza).
(Entra in scena Riccardo, non è più vestito da cameriere, con aria stanca si va a buttare sul divano).
Riccardo – Una serata come quella che si preannuncia è proprio una gran rottura.
Mirel – E’ come diciassette anni fa. Ci pensi? Uguale.
Riccardo – Come fai a dirlo se già il padrone di casa non è lo stesso. Sono passati tanti anni, morto, defunto; ora c’è Robertino che tenta di imitare malamente le orme del padre ma non è certo della sua stazza.
Mirell – Ma è un bravo giovane.
Riccardo – Eh … , bravo giovane!? Sei tu che continui a chiamarlo bravo giovane, sta quasi arrivando ai quaranta anni.
Mirel – Circa la nostra età.
Riccardo – E noi non siamo bravi giovani; diciamo brav’uomo e brava donna.
Mirel – Va bene, lo chiamo brav’uomo. Non lo è?
Riccardo – Certo che lo è. Ed è per questo che non capisco per quale motivo sta organizzando questa serata con gli stessi gaglioffi di diciassette anni fa.
Mirel – Lo sai bene, per riscattare la memoria di suo padre, vuole che il suo nome venga dato alla grande piazza della città, un qualcosa che lo riscatti e lo possa ricordare.
Riccardo – Non era uno stinco di santo suo padre.
Mirel – Come fai a dirlo. Con noi fu sempre generoso e rispettoso.
Riccardo – Non l’ho detto per noi. Lo dicevo in generale complessivamente, per la politica, per il paese, tutto qua.
Mirel – Si, la politica, il paese eccetera, eccetera. Ma una persona la si deve giudicare per come l’hai conosciuta da vicino. Il figlio poi che io chiamo bravo giovane è stato anche meglio del padre. Ti ricordi quando morì il padre ci disse: aiutatemi. E tu...
Riccardo – E io l’ho aiutato. Ho abbandonato addirittura gli studi per seguirlo in tutte le sue incombenze, per fare i conti, sistemare i creditori eccetera, eccetera...
Mirel – E ti lamenti per questo?
Riccardo – Non mi lamento Mirell, non mi lamento, non sono stato più il cameriere e sono diventato il segretario. Non sono più partito per le americhe o per l’Australia... ho cambiato il mio progetto di vita.
Mirel – Lo stai dicendo con rammarico?
Riccardo – No, no. Ho lasciato fare agli eventi, mi sono lasciato trasportare. Ho accudito agli affari del padrone nell’ultimo periodo della sua vita, ho aiutato il figlio a cominciare ad orientarsi. E poi sono stato con te perché avevo voglia di stare con te. Non mi lamento Mirell, proprio per niente, la sorte è stata con me meno cattiva di come si presenta di solito. Parlavo del mio sogno di partire, solo di questo … , come di un ricordo di gioventù che non si sa dove riporre, una specie di foto che non sai bene in quale album inserire. Quello che non ho mai capito è perché tu ti sia imposta di continuare nel ruolo di cameriera. Ci bastavano i soldi che guadagnavo io. Ma tu, non si sa perché, come se fossi la madre di Robertino, hai detto che volevi badare a questa casa, che ti sentivi più adatta al ruolo di sempre.
Mirel – Non mi pesava e non mi pesa. Sono riuscita a badare ai nostri figli e a badare a questa casa.
Riccardo – Tranne che...
Mirel – Tranne che, che cosa?
Riccardo – Che ti lamenti della contessina sua moglie.
Mirel – Ma. neanche poi così tanto, solo a volte. Ma mi chiedo: come avrà fatto a diventare quella là sua moglie?
Riccardo – Ha le sue arti. E poi la vita e l’amore sono un mistero. Anche per noi è iniziato quella notte come un mistero, se non ci fosse stato quel gatto e quell’incidente, forse non sarebbe mai iniziato; io avrei continuato, pur desiderandoti, a limitarmi a qualche stupida battutina e tu ti saresti schermita come sempre.
Mirel – Non fu mai più ritrovato quel gatto. Stink, lo ricordo bene, era una piccola pantera.
Riccardo – Da quella notte cambiò tutto.
Mirel – Lo puoi ben dire. Erano quasi le prime luci dell’alba e tu hai detto: Mirel dobbiamo sposarci, ti ho messo incinta; e io come frastornata ho detto tre volte sì, sì, sì.
Riccardo – Ed era pure vero. Ti avevo messo incinta, è stata l’unica cosa che sono riuscito ad indovinare nella mia vita.
Mirel – Per noi cominciò un periodo di vita felice, ricordo quel periodo. Per il nostro padrone di casa iniziarono i guai a più non posso.
Riccardo - Erano già cominciati da prima, solo che non si vedevano.
Mirel – Ha dovuto addirittura fuggire; e poi la malattia e poi ogni giorno perseguitato fino alla morte. Ma che poteva aver fatto di male al punto di non poter mettere piede nel suo paese?
Riccardo – Qualcosa aveva pur fatto, Mirel. Qualcosa, ma e inutile dirlo a te.
(Entra Robertino )
Robertino – Ah, siete qua. Bene… per il tavolo di là hai preparato qualcosa Mirel?
Mirel – (con un tono confidenziale) Sì, da bere e qualche stuzzichino, non tanto per la verità. Ma in quanti sarete?
Robertino – Vediamo: il presidente, il monsignore, Massi, il dottore, io, Riccardo e mia moglie.
(Entra in scena la contessina, la moglie di Robertino)
Robertino – Eccola, avevo appena nominato mia moglie e lei spunta come un faro.
La contessina – Vedo che hai una buona cera stasera Riccardo ( e va a sprofondare sul divano)
Riccado – Eccellente cera e a Robertino è venuta la luminosa idea di coinvolgermi nella riunione che deve avvenire tra poco. Vi prego di non coinvolgermi, diciassette anni fa io ero il cameriere.
Robertino – Cosa c’entra, ora sei il mio segretario ed alcune questioni le conosci meglio di me.
Mirel – Io vado di là a finire di preparare (esce di scena)
Riccardo – Finiranno col fare delle battute su di me e io risponderò a tono.
Robertino - Fallo. Puoi sputare tutto il veleno che vuoi.
Riccardo – Come si fa ad essere velenosi se hai davanti dei cobra. Il loro veleno è ben più pericoloso e sono capaci di buttarlo addosso a me, a te e anche sulla memoria di tuo padre.
Robertino – Ma io ho le carte. Le carte che l’inchiodano.
Riccardo – Quelle carte, caro amico, altri se le sarebbero giocate per avere molto ma molto di più. Tu invece stai chiedendo solo una piazza intitolata a tuo padre. Mi sembra ben poco.
Robertino – Per me è importante. E’ non è certo un ricatto, si tratta del minimo risarcimento per quello che ha patito gli ultimi giorni della sua vita.
Riccardo - Eh già... Ma poi chi ti assicura che LUI, quello che chiami presidente, verrà?
Robertino – Ma me lo ha chiesto lui stesso. Ha detto che per lui è un onore ricordare la memoria di mio padre e che è ben felice di rincontrare i cari amici di un tempo.
La contessina - Ma non ha mosso un dito per aiutarlo, specie gli ultimi giorni della sua vita, totalmente abbandonato. Mandava a dire che non poteva fare altrimenti, perché era sotto assedio anche lui. Sotto l’assedio dei comunisti, lo disse anche a me.
Robertino – Sì, è vero disse questo, ma ora vuole porre un rimedio.
Riccardo – Ma se anche ieri ha ripetuto alla stampa che continua ad essere sotto assedio!
Robertino – Sì, ma l’opinione pubblica è cambiata nei confronti di mio padre.
Riccardo – E’ cambiata perché LUI è riuscito a fare molto di peggio.
Robertino – Vuoi offendere la memoria di mio padre...
Riccardo – Ma no, ho solo precisato che lui è politicamente peggio. E’ un incapace e tutti dicono che è un genio di non si sa che cosa. E’ assistito costantemente dalla fortuna. Se provi a tirargli una pietra addosso, vedi che la pietra ad un tratto cambia traiettoria, come se fossero cambiate le leggi della fisica e viene a colpire te che l’hai lanciata.
La contessina – E’ incredibile, anche certi scandali piccanti che hanno rovinato la reputazione di tanti capi di stato, nel suo caso hanno fortificato il suo mito.
Riccardo – Ma la cosa più incredibile è come il denaro possa essere attirato da lui; è come una carta moschicida e il denaro come le mosche gli si va a buttare addosso. (Dopo una breve pausa) Ricordo quella sera la furia dell’americano …
Robertino – Racconta, non ti fermare.
Riccardo – Era presente anche lei (indicando la contessina) . Uscì dalla sala come una bestia ferita, aveva perso in meno di un quarto d’ora trecentomila dollari.
Robertino – Dove sarà finito quel tipo?
Riccardo – Scomparso. Si seppe qualche sua notizia di un suo legame con un traffico di imprecisate sostanze in Sud America, forse cercava in qualche modo di rifarsi delle forti perdite. Poi è scomparso.
Robentino – C’era anche un altro personaggio di quella serata che è scomparso.
Riccardo – Certo, il Giudice Canessi. Pensa che in un primo tempo aveva promesso di aiutare il Presidente Stella nei processi e poi chissà perché aveva cominciato a perseguitarlo. Anche lui finito, scomparso, morto per meglio dire. Ma della sua fine si ha una cronaca ben precisa, ne parlarono a lungo tutti i giornali. Incredibile. Pensate: con la sua famigliola va a trascorrere una vacanza alle Canarie, sta sulla spiaggia, si comincia ad addensare un temporale, lui stupidamente vuole continuare a vedere l’evento e rimane affascinato a guardare mentre tutti scappano, ed ecco un fulmine lo colpisce e lo incenerisce. Mentre quando quel giudice perseguitava tuo padre era protetto agli dei, appena cominciò ad attaccare il Presidente Stella è arrivato un intervento personale di Giove che lo ha incenerito con un fulmine.
La contessina – Non ti pare di esagerare in questa interpretazione. Se andava via come tutti dalla spiaggia non sarebbe accaduto.
Riccardo – Ma è accaduto. Quel presuntuoso e rozzo giudice si lascia prendere per un attimo dal fascino dell’ignoto e guarda il cielo e il mare nel momento del temporale .
(Entra Mirel )
Mirel – E’ arrivato Massi.
Riccardo – Il banchiere, e’ meglio che io vada via.
Robertino (tenendolo per un braccio) Non mi lasciare, devi rimanere. Sei tu che conosci i conti. Fallo entrare Mirell.
(Entra Massi)
Massi – Buona sera a tutti. (Stringe la mano a Robertino, bacia mano alla contessina e poi rivolgendosi a Riccardo) Buona sera anche a lei ragioniere.
Riccardo – Buonasera anche a lei banchiere.
Massi – (rivolgendosi a Robertino e alla contessa) Una serata fredda, un gelo per il mese di ottobre, incredibile. Non so se facesse così freddo diciassette anni fa. Lei contessina ricorda?
La contessina – Ricordo benissimo, era una serata addirittura calda per il mese di ottobre.
Massi – Io caro Robertino sono venuto per rispetto a te e per la memoria di tuo padre, non ho rapporti con LUI da sei mesi. Sono sull’orlo della rottura definitiva dei rapporti con LUI.
Riccardo – Non credo sia possibile per un banchiere.
Massi – Che intendete dire Ra ..gio..niere?
Riccardo – Nessun banchiere rinuncia ad un ultramilardario, finirebbe di fare il banchiere.
Massi – Vedo che da quando avete smesso di fare il cameriere cresce la vostra insolenza e anche la presunzione.
(Entra nuovamente Mirel)
Mirel – Sono arrivati il monsignore e il dottore.
Robertino – Falli entrare, su via.
(Esce di scena nuovamente Mirel)
Massi – Entra la chiesa, grande protettrice dell’anima del presidente e il dottore grande protettore del suo corpo.
La contessina – Cosa è meglio di Stella l’anima o il corpo?
Massi – Né l’una né l’altro.
Robertino – Vi prego moderate le vostre battute
(Entrano monsignore e il primario)
Robertino – Bene arrivati, bene arrivati.
Monsignore – Che piacere di rivederti mio caro ragazzo.
Primario – Noi è da molto che non ci vediamo. Vedo che c’è anche Riccardo, lui qualche volta mi è venuto a trovare.
Riccardo – La prego si astenga.
Primario – Certo, certo
Monsignore – L’iniziativa di cui ti stai facendo carico per onorare la memoria di tuo padre ti fa onore carissimo figliuolo. Con quanta nostalgia ricordo la sua figura e la sua gentile signorilità. Dico signorilità perché stiamo attraversando un periodo dove è difficile trovarla.
Robertino – Fra poco LUI arriverà, riuscirete a conservare questo giudizio?
Monsignore - Il nostro non è un giudizio, diciamo che è solo una necessaria osservazione. Profonda osservazione.
Primario – Cosa intendete per profonda osservazione? Dell’anima o del corpo?
Monsignore – Dell’anima ed anche delle vicissitudini del corpo.
Primario – Pensavo che il corpo lo lasciavate a me che sono il suo medico.
Monsignore – Mi riferisco al corpo sociale, al paese.
Primario – Scusatemi (sogghigna). Io credevo che si parlasse di corpo fisico del presidente e posso dirvi che gode di ottima salute. Sì, qualche piccolo acciacco ma vi assicuro ben poca cosa; gode di ottima salute.
Riccardo – Ma il medico non è tenuto a una qualche riservatezza?
Primario – Giusto, giusto. Riservatezza quando c’è la malattia, come nel vostro caso, ma quando c’è la salute che bisogno c’è della riservatezza.
Riccardo – Con il vostro gioco di parole siete riuscito a dire a tutti i presenti che io sono ammalato. Complimenti.
Primario – Scusate, scusate è stato solo un involontario bisticcio di parole.
Robertino - (si avvicina a Riccardo, con un filo di voce) - Non mi hai detto niente.
Riccardo - (con un filo di voce) - Non è niente, non è niente, poi ti dirò.
La contessina – Certo il medico ci fa riflettere nuovamente sulla fortuna su cui stavamo riflettendo. Certo gode di buona salute, ma nel futuro? Possibile che continuerà questa fortuna? Non è certo immortale. E poi chi può dire di essere stato veramente felice se non arriva il momento estremo della morte. Mi pare lo dicesse Ovidio.
Primario – Contessina, ci confondete con la vostra cultura, addirittura Ovidio. Perbacco, debbo averlo letto anch’io al liceo ma non ne ricordo un verso.
Massi – Comunque in vita, in questo mondo, la sorte si conta in denaro.
Riccardo – Perfetta interpretazione bancaria. Di conseguenza il migliore è Lui e il secondo siete voi.
Massi – (ostentando una certa indifferenza) - Vi siete messo in testa di provocarmi, ma io non mi presterò certamente alle vostre provocazioni.
(Entra Mirel)
Mirel – (alzando la voce) Scusate. Debbo dirvi...
Robertino – Di pure Mirel.
Mirel – C’è il dottor Stella.
Robertino – E’ arrivato! ?
Massi – Ma come, è arrivato senza farsi annunciare dalla scorta?
Mirel - ...sì, ma... ma non è proprio quello che state aspettando …
Robertino – Che vuoi dire?
Mirel – Si chiama Stella ma non è il Presidente. Che faccio?
Robertino – Beh … . Vediamo chi è, fallo entrare.
(Mirel esce e subito rientra con Giuseppe Stella)
Mirel – Ecco
Robertino – Chi siete?
(Breve silenzio)
Primario (alzando la voce) Chi sieeete?
Giuseppe Stella – Sono Giuseppe Stella.
Monsignore – Giuseppe?
Giuseppe Stella – Si, e vi chiedo scusa per avervi importunato.
Massi – Certo che ci avete importunato con la vostra omonimia
Giuseppe Stella - Pensavo che fosse già arrivato il presidente, era il presidente che cercavo.
Robertino – Siete un suo parente!? Bene, spero sia lieto di trovarvi qui. Nel senso che sia una parentela soddisfacente. A volte non è piacevole ritrovare parenti in luoghi poco adatti.
Giuseppe Stella – Veramente non sono un suo parente, ma ho estrema necessità di parlargli.
Massi – (adirato) No, no. Voi non potete per parlare con il presidente usare un nostro appuntamento privato.
Giuseppe Stella – Vi chiedo perdono ma si tratta di una questione di vita, anzi di morte.
La contessina – Di morte?
Giuseppe Stella – Sì, proprio così signora.
Massi – A maggior ragione, è meglio che andate via.
Riccardo – Un momento, un momento, stiamo aspettando. Nel tempo che stiamo aspettando possiamo ascoltare cosa ci dirà e poi possiamo decidere se mandarlo via.
Primario – E se dovesse arrivare subito il vero Stella?
Riccardo – Figuratevi, riusciremo a saperlo qualche minuto prima, è il capo di questo Paese, farà rumore, arriverà con la scorta e si farà annunciare.
Monsignore – Signori, mi pare che quest’uomo sia tanto angosciato, lasciamo che si liberi dall’angoscia.
Massi – E va bene abbiamo ascoltato il nostro Stella per diciassette anni, potremo ascoltare quest’altro Stella. Ma per non più di dieci minuti. Parlate.
Giuseppe Stella – Ecco dite bene voi diciassette anni. Voi tutti diciassette anni fa eravate più giovani. Non avevate neanche uno di quei capelli bianchi che ora cominciano a dare una anziana luce alle vostre teste. Anch’io sono passato qui vicino diciassette anni fa, per quella piazza che potete vedere da quella finestra. E’ lì che si è compiuto il disastro della mia vita, dove è cominciata la mia tortura. (si ferma e un breve silenzio si spande per la scena...)
Riccardo – Perché vi siete fermato, dite raccontate... anche noi forse... diciassette anni fa....
Giuseppe Stella - Non è facile per me raccontare. Forse anche voi avete sentito quel tremendo boato, quello schianto, quello scoppio di vetri. L’avete sentito da lontano, come qualcosa di terribile, ma lontana. Io stavo vicino, là con la testa un po’ stordita, tentando di riprendermi, ma accanto a me lei... , lei era come immobile, accasciata sullo sterzo, senza alcun movimento. Mi dicevo: si sarebbe sollevata, mi avrebbe guardato, mi avrebbe detto papà non è nulla, e quel tempo infinito passava, passava. Niente. Niente. (si ferma di nuovo)
Monsignore – L’incidente di diciassette anni fa?
Giuseppe Stella – Sì, proprio quello. Dite bene voi l’incidente. Nel modo più banale, si è vista saltare davanti un gatto, non so da dove fosse venuto, agile nero. E lei di scatto improvvisamente ha sterzato per schivarlo. Un attimo, una frazione di secondo, il rumore improvviso. Un gatto che io solo dopo ho capito da dove provenisse...
Massi – E vi presentate dopo diciassette anni?
Primario – Zitto e ascolta una buona volta nella tua vita.
Giuseppe Stella – Ho capito che proveniva dall’inferno con il solo scopo di cacciarci in un inferno...un inferno lungo e terribile.... (si ferma nuovamente)
La contessina – Non vi fermate stiamo ad ascoltarvi con grande apprensione.
Giuseppe Stella(rivolgendosi alla contessina) Era bellissima come dovevate essere voi diciassette anni fa. Ed è ancora bella, anche se smunta, offesa da questa lunghissima notte.
La contessina – Cosa state dicendo, non è morta?
Giuseppe Stella – E’ quello che ho detto io stesso per i primi giorni. Ho continuato a dirmelo per settimane, per mesi, poi i mesi si sono diventati anni … Dormiva. Si può dormire tutto il tempo di una vita, mentre la vita scorre? Io contavo il tempo e lei dormiva. Ora sto qua, non so più contare. Il mio tempo è passato, il vostro tempo è passato e lei dorme appesa a una non vita.
Massi - Ma questa è una storia che noi ben conosciamo, ne abbiamo sentito parlare nei telegiornali. Non capisco perché venirla a raccontare a noi qui.
Riccardo – Zitto.
Massi – Tu non puoi dire zitto a me.
Primario – Zitto Massi, zitto, dai!
Robertino – Lasciate parlare quest’uomo. Avete un motivo per essere qua?
Giuseppe Stella – Sì, non ero venuto ad angosciare voi. Chissà cosa facevate diciassette anni fa.
Riccardo - Eravamo tutti qua a guardare dalla finestra, tranne lui (dice indicando Robertino), eravamo tutti qua. Non abbiamo capito niente di quello che accadeva. Io sono sceso in strada ad informarmi.
Mirel - Il gatto forse era Stink, lo avevo lasciato io in terrazza (scoppia in un pianto isterico....)
Giuseppe Stella - Calmatevi Signora, non sono qui a cercare colpevoli. Per gli incidenti la polizia distribuisce le colpe anche agli incidentati. Sono qui per cercare pace per mia figlia, solo per questo. Debbo parlare con lui. Con quell’uomo che per uno strano caso porta il mio stesso cognome, ma che non è stato toccato dalla sorte come me.
Monsignore – Ma perché vuoi parlare con lui figliolo?
Giuseppe Stella – Evitate di chiamarmi figlio, monsignore, io sono padre, posso esservi fratello per età, è più giusto che mi chiamate fratello. Quell’uomo a distanza di pochi mesi da quella sera è diventato il capo di questo paese, e da diciassette anni lega e scioglie i destini di tanta gente con i suoi decreti e con il potere esercitato dai suoi uomini. A lui e alla sua fortuna tutti si piegano e chiedono grazie incrementando ulteriormente la sua fortuna; mentre io colpito dalla disgrazia più terribile vengo accusato di volontà omicida, solo perché cerco pace per mia figlia. Io debbo parlare con lui perché pubblicamente ha detto che io voglio liberarmi di mia figlia. Voglio che mi possa guardare in faccia, sentire la mia voce, lo stridore delle mie ossa stanche; e che io possa guardare in faccia a lui e leggere nel suo volto la sua sorte.
Massi – Ma voi volete tentare una provocazione politica in una abitazione privata.
Monsignore – Calma, cerchiamo di capire l’angoscia di questo genitore. (Poi rivolgendosi a Giuseppe Stella) Ma … fratello, si sta solo cercando di evitare un errore; spezzare una vita in qualche modo attiva, un atto di cui tutti possiamo pentirci...
Riccardo – (con forza) Come fate voi Monsignore a conoscere tutto il giusto e lasciare a noi tutto ciò che è sbagliato?
Massi – Zitto, ragioniere da strapazzo.
Robertino – Zitti tutti, tutti... suonano alla porta ... sentite.
Riccardo – Vado ad aprire io
(Esce di scena e torna velocemente – durante la sua assenza i personaggi in scena si sono solo mossi senza parlare)
(Torna Riccardo accompagnato dal capo scorta)
Capo scorta - Signori, sono l’agente Manzi capo del servizio scorta del Presidente. Il presidente sarà qui tempo un quarto d’ora, debbo fare un giro per la casa per motivi di sicurezza. Cercherò di arrecare il minimo disturbo.
Robertino – Prego, fate pure.
Capo scorta – Vi incontrerete in questa sala?
Robertino – In questa e anche nell’altra accanto.
Capo scorta – Quella finestra dove affaccia?
Robertino - Affaccia su un terrazzino e in parte si vede la piazza di fronte. Guardate Pure.
(Il capo scorta va ad affacciarsi alla finestra – mentre i presenti sembrano parlottare in due gruppi tra loro – Giuseppe Stella sta solo in un angolo)
Capo scorta – Bene, farò mettere uno dei miei uomini su quel terrazzino. Ma che ci fa quel gatto nero là?
Robertino – Gatto? Quale gatto?
Capo scorta – Venga , (Robertino si avvicina ) lo vede?
Robertino – Sì, lo vedo.
Mirel – (che è andata anche lei a guardare dalla finestra, grida) E’ Stink. E’ tornato! (comincia a tremare tutta)
Riccardo – (la va ad abbracciare) Ma che dici Mirel, sono passati diciassette anni, il tempo di morire due volte per un gatto.
Capo scorta – A noi non interessa il gatto. Può restare benissimo là, ma questa finestra sarà aperta o chiusa sempre ad opera di un nostro uomo di scorta. Fra poco mi dovrete dare le generalità di tutti. (Si sente un sibilo di una chiamata al cellulare dell’agente). Un momento scusatemi, una chiamata al cellulare.
(Prende il suo cellulare )
Capo scorta – Siììì, Granata sono io dimmi..... Perché dovrei raggiungervi all’autogrill della statale... Come?..... Ma ... così... Tutto a un tratto... Ma è incredibile.... Ma avete chiamato ....C’era un medico!? … che medico? ... Sì, sì avete fatto bene.... Sì certo arrivo... State tutti calmi però...e vigilanza al massimo... Arrivo, arrivo.... sì ti ho detto che arrivo subito. (chiude la comunicazione e mette in tasca il telefono).
(Durante la telefonata i presenti sono rimasti tutti attoniti ad ascoltare la voce del capo scorta)
Capo scorta - Signori. Non so nemmeno se lo potrei dire. Ma capisco che voi siete tutti suoi amici e che lo state aspettando per cena. A rischio di sbagliare ve lo dico lo stesso.... il presidente... il presidente è morto.
Massi – Come? Un attentato!
Capo scorta – Ripeto che non potrei dirlo. Ma per quello che mi ha riferito l’agente di scorta, il presidente ha voluto che si fermasse l’auto all’autogrill della statale, ha detto che voleva fare due passi e bere un bicchiere d’acqua. Appena finito di bere il bicchiere d’acqua è morto.
Primario – Ma è stato constatato il decesso?
Capo scorta – Mi hanno detto che c’era un medico tra i clienti nell’autogrill, che gli ha prestato un soccorso immediato ... ma che dopo pochi minuti ha con ... ha constatato il decesso .
Primario – Il bicchiere è stato conservato?
Capo scorta – Non so … penso di sì … i miei uomini non sono stupidi. Ora li richiamo. Intanto io debbo andare via subito.
(In scena un certo trambusto e un parlare tra i presenti indistinto)
Primario – Agente, posso seguirvi con la mia macchina.
Massi – vengo anch’io
Monsignore – Anch’io.
Capo scorta – Va bene signori, fate pure ma vedete che io debbo fare di fretta. Comunque si tratta dell’unico autogrill della statale 21.
Massi - Lo conosciamo
(Escono con precipitazione e salutando appena Robertino e la contessina)
(In scena restano Mirell, Riccardo, Robertino, la contessina, Giuseppe Stella)
Giuseppe Stella – E’ bene che vada anch’io. Anche la morte pare essere distribuita in malo modo, con più o meno sofferenza. Non ho più niente da fare qua, alla mia tragedia risponde solo il silenzio o ancor peggio può rispondere solo il fragore dei rimasti in vita, il fragore di chi si dibatte nella prigione delle proprie idee.
(dopo avere stretto appena la mano della contessina esce di scena lentamente)
La contessina – (dopo che Stella è uscito di scena) Certo tutti si muore, ma anche la morte pare averlo colto con fortuna.
Mirel – Ma, in questo modo non ha avuto neanche il tempo di pentirsi... (poi si avvicina alla finestra) ... Ma non c’è più nessun gatto nero sul terrazzino.
Robertino – Eppure io poco fa l’ho visto e lo hai visto anche tu e l’agente (si avvicina alla finestra a guardare). Stava a girare proprio su quel muretto piccolo, ora è scomparso.
La contessina – Venite di là. Fra poco ci sarà il telegiornale, diranno qualcosa.
(Esce di scena ed è seguita lentamente solo da Mirel)
Riccardo(seduto sul divano )Hai sentito cosa ha detto Mirel: non ha avuto neanche il tempo di pentirsi. Cara, cara Mirel. Io avrò tutto il tempo di pentirmi, per diversi mesi, non sarà semplice come il bicchiere d’acqua del Presidente, potrò misurare il dolore tante volte prima della mia dipartita. Di cosa dovrei pentirmi? Di quello che ho fatto o di quello che non ho fatto. Dovrei pentirmi dei desideri, delle mie segrete arrabbiature, di qualche stupida invidia? Di cosa? Non so? Me lo chiederò fino all’ultimo senza forse trovare una risposta. Di là, se non ci sarà nulla, si confermerà l’inutilità di questo squilibrio che abbiamo vissuto; oppure si confermerà la sola utilità a fare avanzare l’evoluzione della specie. L’insana specie umana che continua ad azzannarsi. Tutto senza un motivo, senza un riequilibrio tra il giusto e l’ingiusto, senza un bilancio, senza debito e senza credito. Oppure ci sarà un premio e una punizione all’ombra di un Dio giudice e arcigno; oppure ci sarà un ignaro ritorno per ripetere e ripetere la stessa scena; oppure il confonderci con il tutto, in un abbraccio con le stelle.
Robertino – Mirell lo sa?
Riccardo – Non so quando avrò il coraggio di parlare con lei di questo mio prossimo addio, ma dovrò farlo ... in qualche modo dovrò farlo.
(Il sipario scende lentamente – fine)